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Io della vita non ho capito un cazzo
DIARI
20 febbraio 2015
Soffrire, una sfida contro sè stessi
Tutto è questione di prospettiva. Ogni problema, ogni paesaggio, ogni idea cambiano radicalmente a seconda della prospettiva da cui li si osserva. È così che ci troviamo, ogni giorno, dinanzi a persone ferme nelle proprie convinzioni sbagliate o vicini ad individui sofferenti ed incapaci di andare avanti per problematiche che, magari, nemmeno comprendiamo del tutto. 
Spostata la prospettiva riusciamo ad inquadrare meglio i problemi e ad essere più sensibili verso gli altri. Così, lo stesso problema che ci attanagliava come una morsa mortale d'improvviso ci pare lontano, forse persino superabile. Accettando questo concetto diviene semplice comprendere che la sofferenza è anch'essa una scelta derivante dall'idea che abbiamo della sofferenza stessa. 
Possibile che l'uomo, dunque, scelga o persino necessiti di soffrire?
Secondo molti popoli e culture la sofferenza è intesa come percorso necessario all'espiazione, come una forma di purificazione necessaria all'essere umano per divenire maturo o saggio e persino, in casi più "estremi" come un dono, dato che mette l'essere umano nella condizione di vincere una sfida, innalzandosi dalla sua posizione terrena a qualcosa di più "etereo".
Mi vengono in mente, così, tantissimi autori, filosofi, inventori, scienziati, pittori, cantanti ed artisti di ogni calibro, famosi per il loro soffrire tramutato brillantemente in arte. 
Vitaliano Brancati (sceneggiatore e scrittore italiano) sostenne questa tesi quando scrisse: "ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa".
Possibile che la differenza stia solo nella scelta del singolo dinanzi alla sfida?
Voglio pensare di si. "Soffrire", infatti, significa letteralmente "portare su di sé", "sopportare". Nel momento in cui qualcosa ci opprime, dunque, sta a noi decidere cosa farne di noi stessi, se trasformarci in qualcosa in grado di sopportare il peso in questione, adattandoci al cambiamento come ogni organismo vivente in natura, o sopperire, schiacciati, sotto di esso.
Gli alchimisti attribuivano questo fenomeno al simbolo della fenice, in grado di risorgere dalle proprie ceneri, come una creatura nuova, fiera, immortale e persino più forte della precedente, ma sono innumerevoli le culture che hanno un simbolo associabile a questo fenomeno. 
Bisogna ricordare, quindi, che incanalando le nostre energie, per quanto negative, esplorando il mare delle nostre sofferenze, analizzando noi stessi da una prospettiva diversa possiamo divenire non solo padroni, più consapevoli, di noi stessi, ma trasformare qualcosa di negativo in un'esperienza piacevole e persino in qualcosa di utile o meraviglioso per il mondo intero. La materia grezza, dunque, può divenire, se da voi plasmata a dovere, oro per l'intera umanità. Tutto sta nella scelta che farete per voi stessi (e per tutti noi).
Voglio chiudere con una citazione, a me molto cara, tratta dall'ultimo libro di Harry Potter:
"Ma finalmente capiva quello che Silente aveva cercato di dirgli. Era, si disse, la differenza tra l'essere trascinato nell'arena ad affrontare una battaglia mortale e lo scendere nell'arena a testa alta. Forse qualcuno avrebbe detto che non era una gran scelta, ma Silente sapeva -e lo so anch'io -penso Harry con uno slancio di feroce orgoglio- e lo sapevano anche i miei genitori- che c'era tutta la differenza del mondo". 

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